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Za'tar - Trama e note di regia

Lo spettacolo e' strutturato sulle vicende in parallelo di due nuclei familiari i cui componenti, tra mille difficolta' e diffidenze, sono intervistati da una giovanissima ed inesperta regista teatrale italiana.

La scena e' spaccata in due settori, prima da un'illuminazione teatrale che isola delle sezioni dello spazio scenico, poi da un crescente accumularsi di ingombranti parallelepipedi. Questi, finiscono per soffocare, nascondere e seppellire, in un crescendo claustrofobico e violento, sia lo spazio "abitato" dalla famiglia palestinese che quello della famiglia israeliana, in un processo di auto segregazione solo parzialmente consapevole e tragicamente beckettiano.

L'Occupazione degli spazi e' quindi l'invasivo sottofondo alle vicende di vari personaggi: un ufficiale dell'esercito israeliano, in progressiva crisi riguardo alla violenza delle azioni militari compiute dal suo contingente militare; suo fratello, un colono intransigente e settario che vive nella zona di Hebron; la moglie dell'ufficiale, una docente universitaria che rappresenta lo spirito critico e dissidente rispetto all'Occupazione stessa.

In ovvia contrapposizione, troviamo i destini della famiglia palestinese "occupata", composta da una commerciante palestinese, dal figlio quattordicenne arruolato per una missione suicida ad insaputa della madre, e da un'amica di famiglia legata ad alcune brigate di combattenti arabi.
Il destino delle due donne palestinesi finira' anch'esso per divergere tragicamente, nella contrapposizione tra il desiderio di resistere all'Occupazione in modo non violento da parte della madre, e la feroce, cinica determinazione ad usare qualsiasi mezzo da parte dell'amica.

Come sfondo ai destini umani dei protagonisti della vicenda, vi e' anche il difficile rapporto di conoscenza e comprensione tra un mondo occidentale, rappresentato dalla regista italiana che tenta di uscire dai luoghi comuni delle ideologie e dei sistemi mediatici, e il mondo arabo, rappresentato anche da un funzionario di Hamas alle prese con problematiche conflittuali non risolte gia' all'interno dello stesso mondo arabo e palestinese.

Commento sullo spettacolo

"Quella teatrale è stata un'esperienza difficile. Certo, è sempre una grande soddisfazione vedere in scena un'opera ispirata ai tuoi racconti, così come lo è il recitare una piccola parte in essa. Infatti, ho assunto le vesti del Portavoce di Hamas. Non era la prima volta che mi mettevo nei panni di un personaggio che molti definirebbero "cattivo". Portavo una barba corta ma scura, un giacca di pelle marrone su pantaloni neri e una sciarpa palestinese, e nella mano destra tenevo una Subha, il "rosario" musulmano, mentre sulla fronte emergeva il callo del devoto che si genuflette regolarmente. Alla fine della prima rappresentazione dello spettacolo, a Varese, lasciammo al pubblico la possibilità di intervenire. Un signore, evidentemente colpito dal forza evocativa del mio costume, mi accusò di parteggiare per dei terroristi (lungi da me!). Questo episodio fu uno straordinario indicatore della forza della suggestione, che esemplifica come sia difficile fronteggiare immagini e superare appartenenze: basta moltiplicare questa vicenda per diecimila per capire la potenza della trasmissione mediatica. Anche la simulazione di un Checkpoint israeliano con tanto di soldati armati all'entrata del teatro imbarazzò diversi spettatori, e se alcuni si fecero perquisire sorridendo, altri si rifiutarono scandalizzati di mostrare i documenti (per informazione: in Palestina, chi non presenta i documenti giusti, non passa). Identificazione, un continuo processo di identificazione è una chiave importante per capire e tentare di trovare una via d'uscita ad un conflitto come questo, almeno nella letteratura e nelle arti. Pensate a questi giovani attori italiani che portavano un hijab, il velo femminile, o il tallit, manto di preghiera ebraico, pensate allo sforzo di immedesimarsi in un'altra cultura ed in un altro contesto socio-politico. Ebbene, questo io vorrei ottenere da uno dei miei lettori, e se ci riuscirò potrò dire di aver fatto un buon libro. Uno dei protagonisti della pièce era una giovane regista teatrale che intervistava palestinesi ed israeliani, registrando emozioni miste di patriottismo nazionalista e compassione umana, di rabbia e perdono, tra il frustrante impatto delle ingiustizie e l'energia illuminante della lotta contro, e si preparava a creare uno spettacolo su di loro: si trattava della costruzione di un processo fittizio che in realtà era successo nella realtà, al regista dello spettacolo Daniele Brajuka, e prima di lui al sottoscritto, l'autore del libro. Un sotterfugio per rappresentare l'esercizio continuo dell'interrogare e del comprendere. Lo spettacolo ha confermato quanto avevo imparato durante quei mesi nei Territori Palestinesi Occupati, ed ha alimentato nuovi interrogativi su questioni quali pace e giustizia, identità ed umanità... È così difficile internalizzare e dominare l'ingiustizia, perché nessun discorso diplomatico o interesse strategico può cancellarla. I palestinesi sono l'espressione più vera dell'ingiustizia, e se sono i palestinesi a soffrire le conseguenze più terribili di una politica di espansione coloniale e di segregazione razziale volute dall'establishment israeliano, gli israeliani che non ne vogliono sapere di questo sono vittime del proprio sistema, e la loro voce è schiacciata all'interno di Israele e ignorata o rimossa nei paesi arabi della regione."

G. Solera

locandina

Scheda tecnica

  • Spazio scenico 6 mt x 4 mt minimo
  • 8 attori
  • 5/6 figuranti per movimenti coreografici, già presenti nel cast per le repliche nelle zone limitrofe alla sede della compagnia teatrale.
  • Al di fuori della Lombardia e all'estero, i figuranti potranno essere individuati in loco ed essere inseriti nello spettacolo, opportunamente preparati negli immediati giorni che precedono la rappresentazione.
  • 10 proiettori da 1000 W
  • 5 par
  • Mixer audio e luci
  • 1 microfono a gelato
  • Macchina del fumo
  • Americane o piantane laterali

 

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